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Il mio primo articolo del blog

Non è facile

Non è facile. Niente è facile e soprattutto non è facile avere una vita disordinata come la mia e cercare di schematizzarla, spiegarla e poi metterla in un libro. Soprattutto da dove partire? Da ora? Dalle mie sensazioni odierne, da quelle quotidiane o da quelle di 20 anni fa?

Potrei cominciare dalla fine, cioè da oggi e andare a ritroso ma ne verrebbe fuori un libro-gambero che non rispetterebbe né rispecchierebbe le mie vere sensazioni nel tempo.

Potrei cominciare dal mio espatrio. Eh già , forse quello è stato veramente un punto di svolta nella mia vita. O dalla mia infanzia…ma chi se la ricorda più? A volte dubito di averne avuto una. Eppure c’è chi la ricorda sempre con nostalgia, chi con tenerezza, chi non è mai cresciuto e chi la rifugge…ecco io l’ho rimossa. Deve essere stata talmente dolorosa che non ne ho voluto mantenere il ricordo.

Vabbè, da qualche parte bisognerà pure cominciare e quindi cominciamo dal mio espatrio. Vi avverto, ci sarà una carrellata di personaggi che anche io fatico a ricordare, escluso quelli che mi hanno veramente segnato, che hanno avuto un ruolo significativo nella mia crescita personale e professionale sia in senso positivo che negativo.

Partirei col raccontarvi la mia esperienza in Lussemburgo, un paesello confronto Roma (la mia città, perché lei porto nel cuore).

Arrivo un paio di giorni prima del mio primo giorno di lavoro nelle istituzioni europee. Calcolate che il primo giorno di lavoro non è affatto di lavoro, è solo un giro turistico tra i vari servizi del personale per spiegarti più o meno dove sei finito/a. Mi sono fatta accompagnare da mio padre per il mio primo viaggio verso il Lussemburgo. Abbiamo prenotato un hotel non molto lontano dal lavoro e ho in mano i riferimenti del proprietario dell’appartamento che avrei preso in affitto (cercato su internet, nonostante i miei scarsi mezzi dell’epoca). L’hotel si trova vicino all’imbocco dell’autostrada, di fronte a un enorme edificio vetrato, una banca, una delle tante sedi bancarie del Lussemburgo.

Sin dall’inizio ho l’impressione di essere capitata in un paese “finto”, dove tutto sembra essere perfetto soprattutto se messo a paragone con l’imperfezione tutta romana-italiana.

L’hotel è comodo e dopo una notte di riposo sono pronta per l’indomani. Mi reco, come da contratto, prima presso l’ufficio dove avrei dovuto prendere servizio e poi inizio il tour amministrativo. Faccio conoscenza con persone molto gentili che mi trattano come se fossi la prima persona non funzionaria che vedono dopo tanti anni. Tutto sembra facile e mi chiedo subito perché avessi esitato tanto prima di partire, prima di accettare un lavoro che di lì a poco si sarebbe rivelato gratificante sia dal punto di vista professionale che personale.

I colleghi che ho conosciuto e frequentato a Lussemburgo sono le persone più care che ricordo del mio espatrio, sono e saranno sempre loro i miei colleghi preferiti.

Sii te stesso; tutti gli altri personaggi hanno già un interprete.

— Oscar Wilde.

Questo è il primo articolo sul mio nuovo blog. Ho appena iniziato a mandare avanti questo nuovo blog, quindi resta sintonizzato per altre informazioni. Abbonati qui sotto per ricevere una notifica quando pubblico nuovi aggiornamenti.

Sprazzi di positivita’

E’ incredibile come l’avvicinarsi dell’estate provochi in me un risveglio dei sensi e della positivita’. L’oscurantismo dell’inverno si e’ allontanato con i primi giorni di sole e vedere il cielo sgombero di nubi a Bruxelles e’ un vero piacere per gli occhi e per lo spirito. Mi sono prenotata una vacanza da sola in Corsica e sebbene sia a luglio ho gia’ preparato la valigia. Voglio fare la signora. Hotel vista mare e con piscina. Prevedo seratine di aperitivi in solitaria e in compagnia di buoni libri. La macchina fotografica e’ gia’ pronta e i costumi sono assetati di acqua salata. A presto.

I cambiamenti necessari

Ho scritto questa pagina in un momento di esaltazione e come tale deve essere letta. I cambiamenti mi fanno paura ma allo stesso tempo li cerco, li programmo e poi al momento in cui devo accoglierli mi assale un misto di paura e insicurezza….ma passiamo alla pagina scritta di getto.

Titolo: Aiutatemi a cambiare.

Ho un colloquio per un posto alla DG TRAD del Parlamento a Lussemburgo. Inutile dire che è il lavoro dei miei sogni perché ho studiato traduzione e non solo: perché sono un’appassionata della lingua italiana, perché sto perdendo l’uso della mia lingua stando sempre immersa in un ambiente internazionale, perché mi piacerebbe cambiare lavoro e non occuparmi sempre di cose di cui non vogliono occuparsi altri. Teniamo anche conto che ho appena cambiato lavoro e mi sono resa conto che cambiare apre gli orizzonti, è stimolante per il cervello e mi fa sentire sempre più sicura sulle mie capacità che spesso sottovaluto. Penso di avere acquisito in questi anni la capacità di analisi e la capacità di inserirmi in un nuovo team. Mi trovo bene quando ho colleghi stimolanti e questo vale in genere anche per gli amici. Il mio cervello non ha bisogno di subire passivamente quello che succede intorno ma ha bisogno di prendere il controllo delle cose e gestirle di nuovo. Sono stata troppo tempo, a causa della mia psiche, in stand-by. Ora ho bisogno di stimoli, di una ventata di novità. Cambiare lavoro è il primo passo, vediamo se riesco a cambiare anche città. Anche se ci ho già vissuto a Lussemburgo e mi annoiavo, credo che adesso sarei più capace di riadattarmi. Il mio cervello ha sempre sete di novità. E’ la ragione per cui cerco sempre eventi a cui partecipare. La regolarità, la stabilità che ho sempre cercato e che a volte anelo, tutto sommato alla fine mi annoia. Fatemi cambiare (lavoro, casa, colleghi, fidanzato(?)) e allora sì che mi sentirò forte, pronta a battermi. Ma se mi lasciate infracidire (pourrir) sempre nello stesso posto, allora sento che la vecchiaia avanza, sento che la gioventù e la vivacità del mio cervello subiscono una brusca battuta d’arresto. Aiutatemi a cambiare e sarò di nuovo me stessa.

Non è facile (segue 4)

Insomma, gli anni passano.

E passavano anche a Lussemburgo, finché un giorno mi misi in testa che non volevo starci più perché era troppo noioso, la città era fredda e, a parte il Grund (la città vecchia), il minuscolo centro e la piscina olimpica, non è che ci fosse un granché da fare. E non si poteva partire ogni fine settimana. Iniziai quindi a scrutare gli annunci di “vacancies” nel sito dedicato delle istituzioni europee e fissai, in una sola giornata, ben 6 colloqui a Bruxelles perché ero determinata ad andarmene. Fu una giornata estenuante, ma ci riuscii, passai uno dei colloqui e dovetti annunciare alla mia capa che sarei partita. Mi dispiaceva per i colleghi, umanamente ero stata molto bene, però ero veramente stufa all’epoca. Adesso, a posteriori, mi piacerebbe ritornare, ma forse tendo ad idealizzare ciò che non ho più. Mi sono candidata per un posto a Lussemburgo ma non so se avrò mai il coraggio di ritornare sui miei passi. Mi piacerebbe sperimentare Strasburgo ma ci sono cosi pochi posti disponibili……insomma il nuovo sì ma la minestra riscaldata non lo so!

L’impatto con Bruxelles non fu dei migliori. La prima volta venni con mio padre in un hotel un po’ squallido vicino al Cinquantenaire, Merode.

Feci il mio solito giro amministrativo in ufficio. Mio padre restò un paio di giorni e poi partì facendomi tutte le dovute raccomandazioni che su di me hanno l’effetto contrario. Infatti Bruxelles fu per me teatro di tante disavventure.

Cominciai a lavorare alla Commissione europea alla direzione generale della Ricerca. Il lavoro era interessante (a parte i “signataire” che mi sembravano un retaggio degli anni ’60 e non erano certo quello che mi sarei aspettata da un’istituzione all’avanguardia come la Commissione europea), lavorammo tanto anche con le “calls for proposals” (appalti) per i ricercatori. Mi feci le ossa, conobbi tanta gente e mi accattivai la simpatia del mio capo che prima che me ne andassi al Parlamento mi disse “Loredana, lei soffre perché si batte per la giustizia. Vedrà non c’è niente da fare, non sempre c’è la giustizia”. E aveva ragione.

In Commissione mi ero fatta amica una “expert nationale detachée” greca (lego subito coi greci, sarà perché abbiamo l’antichità nelle nostre radici, boh?) e pochi altri tra cui Marina, un’italiana di Massa Carrara e Marcin, polacco, che arrivò un po’ più tardi ma col quale legai moltissimo. In generale lavoravo, uscivo poco e passavo molto tempo sulle chat con uomini sconosciuti nell’illusione che avrei trovato qualcuno prima o poi. Con Massimo, mio compagno di Roma, al quale rimasi fedele pur se espatriata, rompemmo di lì ad un paio di anni e la ricerca di un surrogato si intensificò.

Non è facile (segue 3)

Mia madre tempo fa, con tutti i suoi buoni propositi di darmi buoni consigli perché ero giù di morale, mi suggerì di attaccare bottone con gli italiani. Cara mamma, ancora non te l’ho detto ma io gli italiani li evito. Non per pregiudizio, né per snobismo ma perché gli italiani all’estero sono oggettivamente insopportabili, hanno tutti i difetti degli italiani all’ennesima potenza. Mi chiedo se lo stesso vale per gli altri cittadini dell’Unione Europea, se cioè anche loro notano di più i difetti della loro nazionalità una volta espatriati. Mi sono accorta subito di questo comportamento “tipico” degli italiani quando sono arrivata a Bruxelles. La maggior parte sono provinciali che si ritrovano nella “grande” città (il confronto con Roma proprio non regge!) e, in quanto tali, si credono delle “star”, soprattutto poi se sono “funzionari”. Certo, lo stipendio non è paragonabile a quello di un impiegato italiano ma non si dovrebbero mai dimenticare e tanto meno si dovrebbero rinnegare le proprie origini. Anche io, quando sono arrivata a Lussemburgo e ho visto il mio stipendio duplicarsi, mi sono chiesta “ma perché ci ho pensato tanto a partire?”. Oggi non me lo chiedo più e credo che uno stipendio, per quanto alto, non potrà mai sostituire l’affetto di un nipote, di una sorella/fratello o di un genitore. E le nuove amicizie non potranno mai sostituire le amicizie “storiche”. Ma tant’è.

Dicevamo Lussemburgo. Arrivai il mese di maggio del 2003, l’anno più caldo degli ultimi tempi e io non soffrii nemmeno più di tanto perché per me non era mai tanto caldo quanto i 40 gradi in Sicilia a visitare scavi archeologici tra mezzogiorno e le due. Sfido qualsiasi Lussemburghese/Belga a fare altrettanto. I primi tempi passavo i miei sabati a saccheggiare negozi di vestiti, poi dovetti darmi un freno…e passai a Auchan, il supermercato a due passi dall’edificio della Corte dei Conti europea dove lavoravo. Lì feci incetta di CD, DVD e cose per la casa. Poi smisi, la casa era piccola e dopo un po’ era più che arredata.

Non è facile (segue 2)

Lussemburgo rimane un bel ricordo ma forse tendiamo tutti a vedere rosei alcuni passaggi della nostra vita per non ricordare che forse anche allora ci lamentavamo dello status quo e desideravamo altro. Ma io l’altro, oltre che desiderarlo, l’ho cercato e ottenuto, e quando rimpiango Lussemburgo me ne voglio perché … devo trovare pace pure io.

A Lussemburgo la sera uscivamo con gli amici. Io ero fresca di Roma e portavo con me quella carica che hanno soltanto le persone espatriate da poco tempo, non ancora nella routine e nella persistente negazione dei lati positivi dell’espatrio. Tutti, ma dico, tutti gli altri (tranne quelli che hanno sposato/convivono con Belgi/Lussemburghesi o fingono di essere “politically correct”) hanno molto da criticare e molto da rimpiangere, ma anche questo fa “emigrato che non si è integrato”. Quelli che rimpiangono la pizza di Roma o Napoli (e lo faccio anch’io) senza cercare una pizzeria buona sul posto (e qualcuna c’è) o che prima di espatriare, ti chiederebbero pure il numero di telefono pur di non emigrare senza appoggi e rischiare di cadere in trappole per ingenui, ecco quelli mi stizziscono. Ora, voglio dire, pure se stai nel tuo Paese natale che credi di conoscere bene, pensi che non cadrai mai in una trappola? Quelli che imbrogliano o rubano ci sono tanto in Italia quanto all’estero quindi che ti sbracci/esponi a fare su gruppi Facebook come italiani all’estero chiedendo diecimila consigli e dando tutta l’impressione che non emigrerai mai perché, se ti fai tante pippe prime, immagina quante te ne farai sul posto???!!! Scusate lo sfogo ma se per curiosità vi affacciate sul sito degli Italiani all’estero su Facebook, vi vergognerete di essere italiani. Innanzitutto, tutti i post sui dubbi su cosa bisogna pagare o non pagare come tasse, poi si continua con quelli che devono esportare la macchina (dove va immatricolata, si può evitare di pagare la tassa sulle auto ecc.), per poi finire con quelli che vogliono cambiare casa, città o lavoro ogni due per tre e chiedono consiglio a te che nemmeno li conosci. Uno, una volta, l’ho visto rispondere “è una decisione tua non puoi chiedere agli altri che ne pensano per una cosa così importante nella TUA vita”. Ben detto. Poi ci sono quelli che cercano il buon ristorante per non deludere il/la compagna di turno o perché in astinenza da contatto con il proprio Paese. Insomma vi assicuro che è un bel circo. Una sola volta mi sono divertita con un post di quel gruppo: era una ragazza romana che si divertiva ad andare in bici e cantare a squarciagola “Semo ragazze fatte col pennello…”, quella sì, quella ragazza avrei voluto conoscerla.

Non è facile (segue)

Ho passato tre anni intensi a Lussemburgo se li comparo con gli anni passati a Bruxelles. Lussemburgo è più intima. In sé la città è fredda e gli autoctoni altrettanto. Gli expat invece tendono a fare amicizia velocemente ed essendo la città più piccola, si riesce a mantenere i contatti un po’ più a lungo, anche se spesso mi dico che forse queste sono le elucubrazioni di  qualcuno che cerca di giustificare l’assenza di amicizie a Bruxelles. Ci ho provato a Bruxelles a mantenere le amicizie ma per un motivo o per l’altro, le persone non sembrano troppo interessate a stringere dei rapporti duraturi, siano essi di amicizia o di amore e, forse, restano legate agli amici di un tempo del proprio paese natale e considerano gli altri expat come amici di comodo che chissà, un giorno o l’altro, magari durante la ricerca di un nuovo lavoro, ci potrebbero tornare utili. Che tristezza a pensarci…

Bruxelles è stimolante per chi è appena arrivato, sembra offrirti tutta la diversità del mondo in un piatto di argento ma poi ti accorgi che il piatto è di metallo e che le pietanze sono sempre le stesse in salse diverse. Insomma Bruxelles potenzialmente ha tutto: teatri, discoteche, bar, localini, corsi di formazione, ristoranti di tutte le nazionalità ma trovare la qualità è un lavoro sfiancante. Spesso le aspettative sono alte e i risultati deludenti soprattutto per quanto riguarda il cibo e la pulizia. E non sto a raccontarvi quello che ho visto quando cercavo l’appartamento da comprare!!! La cosa che finora non mi ha deluso è la varietà umana. E’ uno dei motivi per cui ho scelto Bruxelles e lasciato Lussemburgo. Ero stufa di vedere donne impellicciate e uomini in giacca e cravatta! Insomma frequentare il bel mondo fa bene ma dopo un po’ stanca, soprattutto quando non è un bel mondo culturalmente parlando ma sono quattrini che camminano. E’ sfoggiare la ricchezza e questo non mi è mai piaciuto, non è elegante. A Bruxelles invece, vista la diversità delle persone che la popolano, puoi passare da un quartiere malfamato a un quartiere residenziale senza nemmeno accorgertene … oddio te ne accorgi perché le case sono decadenti, finestre rotte e intonaci che cadono a pezzi o finestroni che svelano interni di classe e facciate art nouveau. Il bello di Bruxelles sta proprio nel camminare per le strade e guardare la gente e veramente ti accorgi che il mondo è bello perché è vario. C’è chi come il mio compagno evita il contatto con la diversità perché se ne sente intaccato, impoverito, io invece mi diverto, mi arricchisce. A volte mi ha anche spaventato, lo ammetto, quando ti senti seguita e ti rubano due volte dentro casa, sviluppi una certa diffidenza ma poi la tentazione di conoscere nuove persone e sentirti stimolata ancora una volta la vince sulla paura. Ci sono persone molto superficiali anche a Bruxelles, c’è tutto un mondo di ragazzini che non deve avere la vita facile in questo melting pot. Passare l’adolescenza in un Paese dove sei continuamente costretto a confrontarti con la diversità deve essere sfibrante. Già l’adolescenza non è il periodo più felice della vita, figuriamoci se hai tutto il mondo degli adulti che ti educa in continuazione al rispetto del diverso. Questo discorso sulla diversità qui a Bruxelles lo senti dalla mattina alla sera, non riesci ad evitarlo. Ti senti sempre un po’ razzista perché c’è sempre qualcuno che ti fa notare che lui/lei è più corretto di te, tanto che a un certo punto il vaffanculo te lo tirano dalla bocca. Mi sono ritrovata a passare vari mesi in alcuni ospedali di Bruxelles e devo dire che mi hanno curato medici e infermieri arabi, neri, belgi e sono stata in contatto con pazienti di altrettante varie nazionalità ma poi alla fine che ti resta di tutta questa mescolanza? Perché poi hai l’impressione che la gente si sposi con la propria nazionalità o al massimo dell’apertura mentale con un/una belga? Non siamo forse un po’ programmati a proteggere i nostri geni? Non lo so ma questa coabitazione forzata con tutte le nazionalità comincia a stancarmi anche perché, come hanno accennato in una riunione alla quale ho assistito recentemente, ognuno ha una maniera diversa di percepire la realtà e lo sforzo che facciamo tutti i giorni di comprendere come percepisce la realtà chi ci sta difronte, ci mette in uno stato di perenne dubbio e sospetto. Perché quella persona che credevamo in un modo ha reagito in tal modo e perché quella persona non saluta mai, eccetera eccetera. Differenze culturali o maleducazione? Ecco quando la maleducazione si nasconde sotto la facciata della differenza culturale mi infastidisco. Non possiamo giustificare tutto. A tutto c’è un limite.

Presentati (articolo di esempio)

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