Non è facile (segue 4)

Insomma, gli anni passano.

E passavano anche a Lussemburgo, finché un giorno mi misi in testa che non volevo starci più perché era troppo noioso, la città era fredda e, a parte il Grund (la città vecchia), il minuscolo centro e la piscina olimpica, non è che ci fosse un granché da fare. E non si poteva partire ogni fine settimana. Iniziai quindi a scrutare gli annunci di “vacancies” nel sito dedicato delle istituzioni europee e fissai, in una sola giornata, ben 6 colloqui a Bruxelles perché ero determinata ad andarmene. Fu una giornata estenuante, ma ci riuscii, passai uno dei colloqui e dovetti annunciare alla mia capa che sarei partita. Mi dispiaceva per i colleghi, umanamente ero stata molto bene, però ero veramente stufa all’epoca. Adesso, a posteriori, mi piacerebbe ritornare, ma forse tendo ad idealizzare ciò che non ho più. Mi sono candidata per un posto a Lussemburgo ma non so se avrò mai il coraggio di ritornare sui miei passi. Mi piacerebbe sperimentare Strasburgo ma ci sono cosi pochi posti disponibili……insomma il nuovo sì ma la minestra riscaldata non lo so!

L’impatto con Bruxelles non fu dei migliori. La prima volta venni con mio padre in un hotel un po’ squallido vicino al Cinquantenaire, Merode.

Feci il mio solito giro amministrativo in ufficio. Mio padre restò un paio di giorni e poi partì facendomi tutte le dovute raccomandazioni che su di me hanno l’effetto contrario. Infatti Bruxelles fu per me teatro di tante disavventure.

Cominciai a lavorare alla Commissione europea alla direzione generale della Ricerca. Il lavoro era interessante (a parte i “signataire” che mi sembravano un retaggio degli anni ’60 e non erano certo quello che mi sarei aspettata da un’istituzione all’avanguardia come la Commissione europea), lavorammo tanto anche con le “calls for proposals” (appalti) per i ricercatori. Mi feci le ossa, conobbi tanta gente e mi accattivai la simpatia del mio capo che prima che me ne andassi al Parlamento mi disse “Loredana, lei soffre perché si batte per la giustizia. Vedrà non c’è niente da fare, non sempre c’è la giustizia”. E aveva ragione.

In Commissione mi ero fatta amica una “expert nationale detachée” greca (lego subito coi greci, sarà perché abbiamo l’antichità nelle nostre radici, boh?) e pochi altri tra cui Marina, un’italiana di Massa Carrara e Marcin, polacco, che arrivò un po’ più tardi ma col quale legai moltissimo. In generale lavoravo, uscivo poco e passavo molto tempo sulle chat con uomini sconosciuti nell’illusione che avrei trovato qualcuno prima o poi. Con Massimo, mio compagno di Roma, al quale rimasi fedele pur se espatriata, rompemmo di lì ad un paio di anni e la ricerca di un surrogato si intensificò.

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